Haiti, 5 anni dopo. Una situazione di emergenza che non è mai cessata, una storia che deve essere raccontata. Aiutatemi a farlo

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Presentazione dettagliata del progetto

Sono Riccardo Venturi, fotogiornalista dal 1988. Grazie al mio lavoro ho avuto la fortuna di essere testimone di eventi che hanno cambiato le vite di tanti di noi; ho documentato la rinascita democratica dell’Albania post comunista, il fenomeno dei movimenti naziskin in Germania, la guerra in Afghanistan, lo Tsunami in Sri Lanka e in Indonesia e non solo. Oggi chiedo il vostro supporto per poter realizzare un libro fotografico che merita di vedere la luce, per dare voce ad una popolazione che è stata tristemente dimenticata. Ma andiamo con ordine.

 

Lavoravo a Roma quando sono arrivate in Italia le prime notizie del terribile terremoto di Haiti, il 12 Gennaio 2010. Mentre leggevo i giornali mi sono ritrovato a pensare alla prima volta in cui avevo conosciuto la crudeltà della terra che trema.

 

Era il 1989, era l’Irpinia (Campania) ed ero lì a documentare lo scandalo dei fondi e la mancata ricostruzione delle zone colpite a dieci anni di distanza dal terremoto. Per la prima volta avevo assistito al dramma di una terra devastata due volte, prima dal sisma e poi dal silenzio di una ricostruzione a metà, che zoppica, che lucra, che se ne frega mentre il mondo sta già guardando da un’altra parte.

 

Ho deciso di partire e il progetto Haiti Aftermath è nato così, su due piedi e senza un assignment, ma dall’intima convinzione che fare il fotoreporter oggi, in un’epoca in cui tutto sembra già visibile e a portata di mano, significa offrire un servizio di mediazione culturale, traducendo atmosfere, sensazioni e urgenze in immagini. 

 

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Sono arrivato a Port-au-Prince quattro giorni dopo il terremoto ed ho trovato un paese capovolto e in preda al caos.

 

La città era completamente al buio, senza corrente elettrica, senz'acqua, senza più neanche le strade e, sbriciolata com'era, offriva il fianco inerme alle decine di saccheggiatori e delinquenti che hanno razziato e bruciato il poco rimasto. I corpi dei vivi erano mescolati a quelli dei morti, ovunque centinaia di cartelli improvvisati chiedevano aiuto, medicine e generi di primo soccorso. L’emergenza sanitaria era palese e il colera ha iniziato ad imperversare senza che si potesse fare nulla per arginarlo. Io ero lì, al centro dell’Inferno, mentre il mondo intero piangeva le 250.000 vittime, faceva i conti con 3 milioni di persone coinvolte e aspettava di conoscere l’entità dei danni materiali. 

 

Come sempre in occasione delle grandi tragedie che scuotono le coscienze, la macchina della solidarietà si è messa subito in moto, sono nate associazioni e gruppi di raccolta fondi, si sono fatti dibattiti e imbastiti talk show, si sono mandate in onda immagini sempre più crude.

 

Per un po’ si è parlato di Haiti ovunque e poi gli organi d’informazione se ne sono dimenticati, calando il sipario mediatico su una situazione che era ancora drammatica e che non accennava a migliorare.

 

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Dopo quel terribile Gennaio sono tornato ad Haiti in diverse occasioni perché non mi bastava raccontare soltanto il momento tragico del terremoto, volevo capire come questo evento avesse afflitto la vita quotidiana delle persone.

 

A cinque anni dal sisma sarebbero oltre 170mila gli sfollati, 600mila gli haitiani che vivono in condizioni di insicurezza alimentare, mentre si registrano più di 50mila nuove infezioni di colera ogni anno.

 

Il progetto “HAITI AFTERMATH” nasce dalla volontà di andare oltre le stime ufficiali per documentare, monitorare e descrivere lo stato delle cose a cinque anni di distanza dalla catastrofe. Per riaprire quel sipario chiuso troppo in fretta e mantenere viva l’attenzione sulla vicenda della popolazione haitiana, sulle sue condizioni di vita e sui suoi bisogni. 

 

Dai miei progetti sono già nati diversi libri in passato: “Sette minuti” (2000), “Afghanistan Il Nodo del Tempo” (2004), “NO, Contro gli incidenti sul lavoro” (2008) e “De Istambul a El Cairo”(2009). Questa volta però vorrei provarci in maniera diversa, coinvolgendo il maggior numero di persone possibili, in modo che questo libro possa acquisire forza e diventare un progetto corale, espressione di una volontà comune.

 

 

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A cosa servirà la mia colletta?

La colletta servirà a coprire le spese di reportage e alla realizzazione del libro la cui stampa e distribuzione sarà a cura della Casa Editrice Peliti Associati (costo preventivato € 14.730). In tal modo potrò tornare a Port-au-Prince e raccontare le conseguenze che un evento catastrofico di tale portata ha avuto sulla vita quotidiana degli haitiani. Il libro sarà composto da circa 60 fotografie in bianco e nero e si svilupperà su un arco temporale di 5 anni, dai primi giorni dopo il terremoto fino all'attuale situazione, tuttora di emergenza.

 

Il libro avrà un formato 24x30 e sarà composto da circa 144 pagine, stampa a 4+4 + vernice a fondo, carta Tatami White da 150 gr/mq. La colletta servirà anche alla realizzazione di risguardi non stampati su carta Sirio da 140 gr/mq, confezione in cartonato cucito a filo refe, dorso quadro, capitelli, cartone 3 mm e rivestimento plancia di copertina stampa serigrafica a 2 colori, Tela Cialux.

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Riccardo Venturi

Riccardo Venturi (Roma, 1966) intraprende la carriera di fotogiornalista alla fine degli anni Ottanta, documentando le problematiche sociali italiane ed europee come l'immigrazione clandestina, il sorgere dei movimenti neonazisti in Germania o i primi anni della democrazia in Albania. In particolare la sua inchiesta-dossier sullo scandalo dei fondi per... Continuare

Ultimi commenti

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Un grande progetto di un grande fotogiornalista italiano.
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adelante..
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Dai Dai Dai...è un progetto che DEVE vincere!!